“Frontiere Europa” – La nuova migrazione italiana in Belgio: nuove rotte, confini e diritti

di Mirko Lombardi Nicoletta Boria

Lo scorso 11 giugno 2015, la giovanissima asbl “La Comune del Belgio” ha presentato l’indagine “Frontiere Europa” in collaborazione con l’Istituto di cultura italiana a Bruxelles, luogo simbolo della migrazione italiana in Belgio. L’obiettivo dell’indagine, partita nell’ottobre 2013, è stato quello di elaborare un’analisi del contesto giuridico, economico e sociale della nuova migrazione italiana verso il Belgio, per capire come trattare questo tema complesso che coinvolge l’individuo che lascia il proprio Paese di origine e che deve ricostruire da sé i propri confini, non soltanto geografici o affettivi, ma soprattutto identitari.

FotoFrontiereEuropaL’idea alla base dell’indagine è quella di costruire una rete di collaborazione tra associazioni, enti ed istituti che possano giornalmente fornire un aiuto in termini di integrazione sociale, economica e linguistica dei migranti italiani all’interno della comunità belga e non solo. A tale evento infatti hanno partecipato, in qualità di relatori, docenti universitari belgi ed italiani, ma anche associazioni, sindacati e centri culturali presenti sul territorio, come il Casi-Uo, Inca-CGIL, Filef Belgio Nuova Migrazione e Piola Libri.

Il campione, a cui è stata sottoposta l’indagine di 514 unità, è molto rappresentativo dato che tra il 2008 e il 2015 sono stati tra i 2000 e i 3000 gli italiani registrati in Comune.

Nel belpaese non passa un solo giorno senza che non vi sia una testata giornalistica che si occupi della convulsa questione dell’immigrazione extra-comunitaria, ma si sta verificando contemporaneamente un fenomeno inverso: l’Italia da Paese “di arrivi” sta divenendo sempre più un Paese “di partenze”. L’idea di questo studio è nata per andare al di là delle testate giornalistiche, per indagare attorno alla nuova migrazione italiana, per rispondere meglio alle esigenze di questo nuovo emigrante che in tempi di crisi lascia il proprio Paese, ma per fare cosa? e soprattutto, chi è questo nuovo emigrante?

MIGRAZIONE INTRA-EU E FUGA DEI “CERVELLI”[1]


Il sociologo Jean-Michel Lafleur dell’Università di Liegi ha fatto un’interessante comparazione della migrazione intra-UE contemporanea notando, a ragione, di come non se parli quasi mai. I nuovi Paesi europei che registrano i tassi di partenze più elevati sono quelli del Sud Europa, ovvero Spagna, Grecia, Italia e Portogallo. I portoghesi, migrano soprattutto verso le vecchie colonie come il Brasile e l’Angola e si tratta per lo più di giovani al di sotto dei 29 anni. La migrazione dal sud verso il nord Europa è aumentata, ma resta comunque notevolmente inferiore rispetto al fenomeno migratorio storico che riguarda il passaggio da est a ovest.

Nel passaggio successivo del suo intervento sfata una serie di miti, tra cui quello che a emigrare sono solo i giovanissimi. Nel nostro immaginario, gli italiani che fuggono dal belpaese sono persone con un alto livello di istruzione, nella maggior parte dei casi laureati, che trovano la loro fortuna solo in un altro Paese europeo (o addirittura extra-europeo). La realtà dei fatti, però, è ben diversa. Le statistiche dimostrano che il numero di laureati italiani è notevolmente inferiore rispetto a quelli degli altri paesi dell’Europa meridionale, primis tra tutti la Spagna, e che molti dei nostri connazionali “si accontentano” di trovare occupazione, siano essi laureati o non.

Il problema principale della fuga dei “cervelli”, buttando un occhio al nostro paese, è quello del loro rimpiazzo. L’Italia è infatti costretta, giocoforza, ad investire su lavoratori non qualificati, la maggior parte dei quali provenienti da paesi extra-Ue o dell’Est-Europa, allargando ancora di più il gap con il resto dei Paesi membri.

ESSERE MIGRANTI OGGI[2]


FotoFrontiereEuropa2I risultati dell’analisi dimostra che il 47,7% dei nuovi italiani arrivati in Belgio ha un’età compresa tra i 30 e i 45 anni, mentre il 45.2% ha meno di 30 anni e il 7.1% supera i 45 anni.

Il motivo principale che ha portato il campione intervistato ad emigrare, secondo una percentuale altissima (84,9%), continua ad essere il lavoro. Il 59.2% degli intervistati lavora e di questa percentuale il 76,9% è un lavoratore qualificato (laureato), e il 22,7% è non qualificato; il 15.9% è in cerca ci lavoro, mentre il 19.5% è studente.  Alla domanda in merito all’accettazione o meno di un lavoro non in linea con il loro percorso formativo, una percentuale attorno al 76% ha risposto di sì, e questo dato indica l’esigenza inespressa di dover lavorare a tutti i costi, soprattutto se ricordiamo le alte percentuali di italiani sopra i 30 anni. Il mito della “fuga dei cervelli” che illustra la presunta massa di talenti laureati italiani che fuggono all’estero, non ha ad oggetto la sovrapproduzione di diplomi universitari, piuttosto il cammino di ricerca di un lavoro che sia all’altezza delle proprie competenze ed aspettative.

Dall’indagine della Comune è emerso che per i 2/3 degli intervistati non si tratta della prima esperienza all’estero. Ciò indica il cambiamento del profilo del migrante contemporaneo: una nuova generazione “mobile”, carica di esperienze e contemporaneamente di motivazioni che la spingono a mutare continuamente il proprio status. Un altro profilo interessante da analizzare è quello dello studente italiano in Belgio. Del 19,7% degli intervistati che possiede un diploma, il 35,7% è in Belgio da meno di un anno e lo 0% non intende tornare in Italia, il 50% non lo sa, mentre il 35,7% vuole stabilirsi in Belgio. Questo dato indica la volontà di iniziare un percorso di studi universitari fuori dall’Italia, oppure come nel caso degli studenti Erasmus, di proseguire e concludere gli studi in Belgio, anche una volta concluso il periodo di finanziamento dall’Università italiana. Sottoponendo al campione alcune domande specifiche sulla comparazione del sistema universitario belga con quello italiano, che va dalla qualità dell’insegnamento (74,7% vs 9,9%), all’erogazione delle borse di studio (39,4% vs 9,9%), passando per la possibilità di trovare un lavoro part-time (85,9% vs 1,4%), troviamo medie tristemente sbilanciare a favore del Belgio rispetto all’Italia.

PROBLEMI EMERGENTI: LA CRISI DELLA CITTADINANZA EUROPEA


FotoFrontiereEuropa2

La sorpresa durante l’intervento dei relatori è stata l’esistenza, anche tra i media belgi, di slogan nazional-forconisti contro “gli invasori”, che però rappresentano un problema per la “sicurezza della protezione sociale belga”. È in atto una lotta contro le frodi sociali, comprensibile in tempi di crisi, ma contemporaneamente i governi cavalcano l’onda del malcontento attraverso la stigmatizzazione dei migranti a scopi elettorali. Questo discorso si lega strettamente al contributo della Professoressa Costanza Margiotta dell’Università di Padova, che ha concentrato il suo intervento sul concetto di cittadinanza europea. La cittadinanza europea è un concetto relativamente giovane, istituito formalmente nel 1992 grazie al trattato di Maastricht ed è attribuita ad ogni cittadini di uno Stato membro dell’Ue, integrandola senza sostituirla. Ogni anno, l’Ue richiama l’attenzione pubblica su un particolare tema europeo organizzando a tal fine una serie di iniziative speciali ad esso connesse. E nel 2013 il tema era “l’anno europeo dei cittadini”, occasione utile per far conoscere i nostri diritti in quanto cittadini europei e per ricordare cosa l’Ue può fare per ciascuno di noi. E proprio nel 2013, nel momento forse più drammatico di crisi finanziaria dal dopo guerra, che sta portando con sé in un vortice distruttivo, livelli di disoccupazione in aumento e di sofferenza sociale, la cittadinanza europea ha festeggiato il suo ventennale. Ebbene, neanche due anni dopo, il Parlamento europeo ha richiamato gli Stati a limitare le loro azioni dirette al godimento da parte dei cittadini europei dei propri diritti. A partire dal Trattato di Maastricht, uno dei pilastri su cui si fonda la cittadinanza europea è la mobilità, ovvero il diritto dei cittadini di circolare e soggiornare liberamente su tutto il territorio dell’Unione. Ma se, tramite azioni che scoraggino la mobilità e la libertà di movimento dei cittadini europei, la si impedisce, si può ancora parlare di cittadinanza europea?

All’interno del nostro continente le persone oggi migrano non per l’assenza di cibo, come avveniva nei secoli scorsi, ma per la mancanza di un lavoro dignitoso, regolare e sufficiente al proprio mantenimento. Il nuovo fattore d’attrazione è diventato sempre più di tipo politico: negli ultimi anni è il welfare state di uno Stato e i diritti ad esso collegato che attraggono persone in cerca di un futuro migliore, più stabile e più tutelato. Concetti come “inserimento lavorativo”, “politica sociale” e “aiuto sociale” per noi italiani sono espressioni quasi sconosciute poiché il nostro stato sociale è quasi inesistente. L’Europa continua a essere sensibile a questioni che riguardano la produzione e il consumo, la libertà di movimento dei capitali e delle merci, un po’ meno però se si tratta di opportunità o di diritti di essere umani, seppur cittadini europei.

La formula civis europeus sum che sancisce il godimento del diritto di movimento e di circolazione all’interno dei confini “naturali” europei, negli ultimi mesi è stato messo in discussione sempre di più da alcuni governi, come quello di Berlino, di Parigi, di Londra o di Bruxelles, che chiedono la modifica delle norme in materia di libera circolazione e di accesso al welfare in maniera indiscriminata da parte dei cittadini europei. Per i Paesi aderenti alla Convenzione di Schengen il problema non è più il “passaporto color porpora”, ma i tantissimi individui che non riescono a dimostrare di essere lavoratori salariati, e quindi capaci di poter finanziare il welfare e conseguentemente i propri diritti. E come gestire questa inedita corrente europeista che chiede di ristabilire i tradizionali confini politici, se i nuovi “clandestini” sono proprio i cittadini dell’Ue? Non si starà mettendo in discussione il progetto di integrazione europea da parte dei suoi stessi fondatori? Ricostituendo i confini intra-europei, alla base della cittadinanza europea, non ci sarà più la libertà di movimento, ma una cittadinanza basata sul reddito, che isolerà ancora una volta proprio il “soggetto sociale” che la crisi finanziaria ha creato, e cioè i lavoratori precari. In questo modo, soltanto chi risulta in grado di potersi mantenere dichiarando un reddito accettabile potrà circolare liberamente. Quindi oggi abbiamo un quadro “spaccato”: un’Europa che sente il peso della crisi dell’eurozona, come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia con percentuali altissime di partenze, con uno stato sociale storicamente debole o quasi assente; e un’Europa con un’antica tradizione di stato sociale, con Paesi che vedono arrivare un numero sempre maggiore di “immigrati europei” e che vorrebbero ristabilire i tradizionali confini per proteggere gli interessi dei nativi.

Invece di chiudere i confini nazionali, non sarebbe opportuno progettare un nuovo welfare statale idoneo alla nuova generazione mobile europea, rispetto alla vecchia figura del lavoratore tradizionale dipendente con contratto a tempo indeterminato?

[1]http://lacomunedelbelgio.altervista.org/wp-content/uploads/2015/06/presentazione_JML_IIC110615.pdf

[2]http://lacomunedelbelgio.altervista.org/wp-content/uploads/2015/06/presentazione_IIC110615.pdf

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